
La collezione è costituita da reperti di scavo pertinenti ai secoli XV-XVII, appartenenti a fabbriche lodigiane, pavesi e ad altri centri del nord-Italia, e documenta in maniera esauriente l'evolversi di questa tecnica artistica dal '700 al '900, con i più significativi esemplari di ceramiche lodigiane prodotte in quegli anni.
Frutto anche di varie donazioni, la più importante fu quella di A. Dossena nel 1934, ebbe la prima sistemazione espositiva nel 1958.
Nel 1975, in seguito al cospicuo lascito dell'avvocato Alberto Robiati, s'iniziava l'ampliamento e la ristrutturazione dell'intera sezione, aperta poi al pubblico il 1 aprile 1978.
Le principali scuole di ceramica fiorite a Lodi appartengono ad Antonio Maria Coppellotti, Giorgio Giacinto Rossetti, Simpliciano e Giacinto Ferretti e ai Dossena. Fondatore della fabbrica Coppellotti fu Giovanni (1641) attivo fino al 1687; a lui successe Antonio Maria, ricordato nel 1712.
Nei caratteri della loro maiolica sin dai primi del '700 si ritrova il monocromo turchino, il decoro all'italiana con motivi di rovine e fiori, quello alla francese, il ricorso alla cineseria ed infine la cottura a gran fuoco; verso il 1735-40 fu introdotta nella produzione la policromia.
La fabbrica Rossetti è legata al nome di Giorgio Giacinto attivo a Lodi dal 1729; quella Ferretti è diretta prima da Simpliciano, poi da Antonio, alla cui produzione si associa la definizione comune di maiolica "Vecchia Lodi".
La produzione ottocentesca è dominata dalla fabbrica dei Dossena, che si caratterizza per gli smalti lucentissimi e indelebili e per un decoro eclettico e vario, spaziando dai piatti alle statuette, dai servizi da tavola alle giardiniere.
L'esposizione si articola lungo tre sale, il criterio espositivo è quello cronologico.
Nel primo ambiente segnaliamo tra i pezzi esposti: un “grande piatto tondo da parata”, splendido esempio della complessità inventiva raggiunta dai ceramisti lodigiani nell'interpretazione del decoro "alla Rouen"; probabilmente dipinto da Giorgio Giacinto Rossetti è databile 1730-'35 (n.9), così come i due grandi piatti a bordo sagomato e cordonato, magnifici esemplari per forma e decoro; dal punto di vista tecnico, notevole è la bellezza dello smalto bianco latteo, uniforme e vellutato (nn.39-40);
una “fontana con coperchio e bacile”, che serviva come contenitore d'acqua per un rapido lavaggio delle mani. Su una base asimmetrica a fiamme (corolle di fiori), forata per l'inserimento del rubinetto, si eleva il corpo panciuto in basso e rastremato verso l'alto, percorso da due modanature verticali che continuano sul coperchio a cupoletta centinata, sulla cui sommità è seduta una figura orientale stupendamente modellata. Sul corpo, in monocromia turchina, è dipinto il Trionfo di Galatea, racchiuso in una cornice decorata sia da ornati rococò, lumeggiati in uno smagliante colore giallo dorato, sia da festoni di fiori in vivacissima policromia. Il coperchio è illustrato da due amorini in volo nell'atto di travasare dell'acqua. Il fondo bacile, reca dipinta, fra due ancelle, una figura femminile seminuda appena uscita dal bagno. Le forme nonostante inducano al gusto Rococò, corrispondono ad un impianto pittorico palesemente neoclassico (n.25); un “sontuoso vaso in maiolica”, a smalto bianco e decoro turchino, che muove da una base esigua e piatta per snodarsi, dopo un esile raccordo a rocchetto, in un ardito sviluppo a calice che culmina con larga fascia anulare e incorpora le due anse modellate a foglie d'acanto. Il coperchio, a terminazione cuspidata, arieggia gli slanci delle pagode orientali. L'impianto decorativo, mutuato dalle fabbriche francesi di Rouen e di Moustiers, compendia, associandoli, elementi vegetali e geometrici reinterpretati alla maniera di Lodi. Graticci a losanga mascherati da vasi simbolici, reggono profusi festoni fogliati e floreali, esaltati dal candore dello smalto scintillante. La stesura è giocata sulle gradazioni del blu; dal ceruleo al turchino cupo (n.340);
”otto ambrogette” di forma ovale con scene di significato allegorico ed una mitologica. Sono circondate da un rilievo modanato, che funge da vera e propria cornice, terminante in un fastigio asimmetrico a fiamma. Deliziose ed originali forme di transizione fra il Rococò e lo stile neoclassico, create dal Ferretti a scopo puramente decorativo (nn.20-21);
un “grande piatto ottagonale” con la tesa liscia e con bordo delimitato da una cordonatura a rilievo, coperta da una decorazione geometrica floreale di derivazione francese (Rouen). Il cavo è occupato da una vertiginosa decorazione a volute, ad arabesco e conchiglie che fa da cornice ad un paesaggio con lago, castello e colline sullo sfondo. Sia la complessa interpretazione dei motivi d'oltralpe, sia il delicato paesaggio inseritovi, costituiscono un'originale invenzione "rossettiana" (n.243);
una “targa rettangolare” a smalto bianco in monocromia turchina. Il decoro a grottesche "alla Rouen", si rifà al gusto delle manifatture francesi di Moustiers. Sorretta da due mostri alati, è raffigurata una scena di supplizio compiuta da Indiani Pellerossa; essa fa da centro ad un'animazione di figure sorrette da mensole precarie e da drappeggi (Lambrequins) calanti dall'alto. Lo scenario armonioso alterna in modo speculare: medaglioni con busti femminili, amorini in atteggiamenti disinibiti, sirene, mascheroni ed armigeri. Il tutto espresso in una sintesi esemplare d'equilibrio dinamico (n.16);
una “targa” - firmata Paolo Milani e datata 1773 - con scena pastorale arcadica, probabilmente ispirata alle incisioni di Francesco Londonio. Delineata in monocromia ad oro fino su maiolica a smalto bianco, presenta effetti chiaroscurali ottenuti sfruttando le varie gradazioni dell'oro. A ben osservare, il capolavoro dà più l'impressione di una raffinata incisione, che di un dipinto su smalto. La minuziosità e il rigore descrittivo hanno pochi confronti nell'ambito vascolare (n.17); una “zuppiera con scaldavivande e coperchio”, decorata con fiori in monocromia verde smeraldo profilati in manganese, composta di tre elementi sovrapposti. La base, alquanto panciuta, presenta modanature verticali che partono dai quattro bassi piedi; il corpo mediano, con funzione di scaldavivande, è molto rastremato verso la bocca sulla quale appoggia il coperchio leggermente bombato (n.22);
”otto formelle ovali” con bordo in nero e oro. Create forse per essere inserite in un mobile, sono decorate con composizioni di fiori dipinti "al naturale" senza contorno. Le grandi varietà delle composizioni, testimoniano la straordinaria inventiva e la grande maestria degli illustratori operanti presso la fabbrica di A. Ferretti. La freschezza e la vivacità dei colori stesi in una gamma sorprendentemente ricca sugli smalti candidi e luminosi, conferiscono alle composizioni floreali un risalto prorompente, assolutamente inalterato dal tempo, essendo la maiolica immune da ossidazione o patina (nn.143-148).
Nelle ultime due sale sono esposti i pezzi relativi alla donazione Robiati. Tra questi, esemplare di eccezionale importanza, è un grande “centro tavola”. Su un basamento ovale fortemente sagomato, delineato all'esterno da un tondino dipinto a foglie e da un cordone a rilievo, che si interrompe ai quattro punti cardinali formando volute a riccioli contrapposti, si elevano quattro sostegni, formati da complessi ornati rococò, sui quali doveva appoggiare probabilmente un vassoio. Il decoro testimonia gli stretti rapporti con la cultura fittile d'oltralpe giacché compendia i dettami stilistici di Rouen e di Moustiers. Riporta l'indicazione: "A.M.C.(intrecciate) / Giuseppe Codazzuro modellatore / Luigi Morsenchio pitore feccero / nella fabricha Copelloti / 1743." Questa iscrizione ha permesso di assegnare con certezza il monogramma AMC alla fabbrica di Antonio Maria Coppellotti. Prima del suo ritrovamento, infatti, le maioliche contrassegnate da questa sigla erano attribuite a Milano o ad una fantomatica quanto inesistente fabbrica lodigiana del "Moro" (n.239).