Cenni storici e Itinerario di visita
Il museo civico di Lodi fu costituito nel 1868 con lo scopo di raccogliere e conservare i reperti archeologici rinvenuti nel territorio di Lodi Vecchio e i dipinti di scuola lodigiana provenienti dalle chiese o dalle raccolte cittadine; fortemente voluto dalla locale Deputazione Storico Artistica, si proponeva come luogo per la conservazione e la valorizzazione delle "reliquie" provenienti dal territorio, indipendentemente dal loro pregio e valore intrinseco. Inaugurato nel settembre del 1869 con la denominazione di Museo storico-artistico ebbe sede, in origine, in alcune sale di Palazzo Provasi in via Legnano, in seguito, nei locali di Palazzo Tassis, poi in quelli di Palazzo Cadamosto e infine, dal 1876 nella sede attuale, Palazzo San Filippo, opera degli architetti Michele e Piergiacomo Sartorio, che ospita oltre alle collezioni museografiche anche la Biblioteca laudense.
Fin da subito l’istituzione potè contare sul concorso partecipe delle personalità cittadine più sensibili alle problematiche conservative delle patrie memorie. Dopo questa prima fase aurorale, durante la quale la collezione, ispirata ai criteri positivistici allora in voga, ebbe carattere assai composito (sezione archeologica, pittura di scuola locale lodigiana, miniatura, iconografia storica, raccolta d’armi antiche e moderne, sezione etnografica, numismatica, incisioni e stampe, gessi, ceramica), si arrivò nel 1914 all’apertura della sezione risorgimentale del Museo e nel 1934 all’importante donazione di ceramiche di Antonio Dossena.
II materiale andò poi progressivamente incrementandosi con donazioni e acquisizioni di livello discontinuo. Ciò ha reso necessario operare un drastico e completo riordino del posseduto, avvenuto nel 1954 nel contesto di una completa ristrutturazione degli ambienti espositivi. In seguito a tale revisione, il nuovo museo venne ad articolarsi in una Pinacoteca (con annessa sezione di scultura e miniatura) e nelle sezioni archeologica, ceramica e risorgimentale.
Al presente, il Museo, che svolge il suo compito di conservazione, tutela e valorizzazione del patrimonio anche nei confronti di opere collocate in deposito esterno in chiese e uffici pubblici, è chiuso a causa di un ampio intervento di ristrutturazione e riqualificazione degli spazi del palazzo San Filippo. Per le collezioni museali è già stato avviato lo studio di un piano di riallestimento, aggiornato e conforme agli attuali standard museografici, che avrà luogo nella nuova sede dell’ ex Cavallerizza - Convento di San Domenico.
In vista di tale appuntamento, è in corso la completa revisione del patrimonio posseduto, finalizzata all’aggiornamento delle campagne di schedatura pregresse e alla redazione di un nuovo catalogo. Le ricognizioni e le indagini finora svolte, oltre che chiarire le vicende collezionistiche di buona parte delle opere, hanno confermato la notevole importanza di numerose di esse.
La raccolta ha il pregio non secondario di non lasciare scoperta pressoché nessuna delle epoche in cui è convenzionalmente suddivisa la storia dell’arte, offrendo un variegato panorama di opere che vanno dal Trecento al Novecento.
Al suo interno, un posto di spicco è occupato dalla sezione quattro-cinquecentesca, costituita prevalentemente da opere provenienti dal santuario dell’Incoronata e della scuola locale dei Piazza, ma con significative interferenze anche da parte dell’arte pavese, ligure e piemontese. Si segnalano, in particolare, i cicli di affreschi con Storie della vita del Battista e Storie di Sant’Anna staccati dalle pareti delle omonime cappelle dell’Incoronata, realizzati dai pittori Giovanni (1467-1494) e Matteo della Chiesa (1494-1519) nell’ultimo decennio del Quattrocento e densi di rimandi all’arte bergognonesca e certosina e a quella milanese, bramantesca e bramantinesca.
Sempre di pertinenza pavese è la notevole ancona rappresentante la Madonna in trono con il Bambino tra due Santi e il frate Francesco Cavazzi della Somaglia di Bartolomeo Bonone (documentato dal 1491 al 1528), pittore di cui le ricerche hanno evidenziato un ruolo rilevante –seppure ancora da indagare più approfonditamente – nell’ambito della cultura figurativa rinascimentale pavese e piemontese.
Hanno suscitato notevole interesse da parte della critica anche la preziosa serie dei corali miniati quattrocenteschi donati dal vescovo Carlo Pallavicino alla Cattedrale di Lodi e gli intagli lignei con Storie della vita della Vergine e di Cristo, realizzati fra il 1495 e il 1497 dai fratelli Giovan Pietro e Giovanni Ambrogio De Donati e già facenti parte dell’altare ligneo dell’Incoronata, smantellato entro il 1691.
È noto che nel corso della prima metà del Cinquecento a Lodi tennero il campo i membri della celebre bottega autoctona della famiglia dei Piazza. Dei fratelli Martino (documentato dal 1484 al 1523) e Albertino (documentato dal 1513 al 1528/1529) il Museo conserva una predella con Mosè e profeti e il ciclo di affreschi con Storie di Sant’Antonio abate e di San Paolo eremita, provenienti dalla cappella di Sant’Antonio all’Incoronata, questi ultimi fondamentali per comprendere la particolare alchimia di componenti liguri (Braccesco) e pavesi (Lanzani, Sacchi) proprie allo stile di Albertino. Mentre spetterebbero al solo Albertino i pannelli con Madonna in trono con il Bambino e San Bassiano provenienti dalla parrocchiale di Turano. Di Callisto (attivo dal 1524 al 1562), gloria locale e personaggio di punta del manierismo bresciano, lodigiano e milanese, e risalenti alla sua tarda attività, si possono annoverare, oltre al Polittico dell’Adorazione dei Magi proveniente dalla Cattedrale di Lodi e alle parti superstiti di due opere commissionate dai membri della locale Scuola di San Paolo (Annunciazione e Crocifissione), il ritratto di Ludovico Vistarini (1530 ca.) e la Pala Leccami, commissionata a Callisto dall’omonimo abate della parrocchia di Santa Maria Maddalena, cameriere di Leone X e segretario di Clemente VII. Fra i dipinti della pinacoteca non mancano inoltre attestazioni dell’attività delle figure epigoniche della bottega famigliare (Fulvio, Cesare e Scipione) e di aiuti e seguaci (Francesco Carminati).
Seppur ingiustamente penalizzate dall’oscurante vicinanza del tanto osannato atelier dei Piazza, anche il nucleo di opere del Sei-Settecento vanta episodi assolutamente non trascurabili. Notevole interesse storico e documentario rivestono le due cospicue serie di ritratti con i Benefattori dell’Incoronata e degli Uomini illustri lodigiani.
Per citare poi solo le emergenze, sono da segnalare a una maggior attenzione un’Adorazione dei Magi una tela con Cristo risorto e la Maddalena attribuibile forse a Camillo Procaccini e due dipinti di soggetto muliebre di Giuseppe (1619-1703) (Ritratto di donna) e Carlo Francesco Nuvolone (1609-1662) (Allegoria della vanità), una Anfitrite ascrivibile forse a Flaminio Torri (1621-1661), maestro bolognese di cultura neo-veneta e neo-carraccesca, un Mendicante molto affine all’operato di Giacomo Ceruti (1700 ca. – 1768 ca.). Ben rappresentata è anche la pittura storica e di genere. Sono notevoli, in particolare: due tele con scene di battaglia di Francesco Monti (1685-1768); alcune nature morte di Giorgio Duranti (1685-1755), pittore «animalista» bresciano di cui si conservano altre opere alla pinacoteca Tosio Martinengo di Brescia e tre ritratti virili del XVIII secolo, di cui uno, rappresentante Giulio Codecasa,di anonimo pittore nei modi di Fra’ Galgario e un secondo attribuito a Dominique Doncre (1743-1820), celebre ritrattista attivo ad Arras.
L’Ottocento e il primo Novecento vedono a Lodi l’affermarsi di artisti formatisi nelle vicine accademie di Bergamo e Milano, sotto l’insegnamento di prestigiosi maestri quali il Diotti, l’Hayez, il Bertini e il Tallone. Nell’ambito dell’insegnamento accademico, al vertice della gerarchia dei generi si trova la pittura di storia. La pinacoteca laudense conserva importanti esempi di pittura di argomento storico-letterario, caro alle poetiche neoclassiche e romantiche (Palagi, Diotti, Pietro Bignami).
Nel prosieguo, pur non abbandonando tale filone storico egemone, anche gli artisti lodigiani subiscono la seduzione delle nuove istanze veriste e naturaliste e – come corollario – della pittura di genere, nondimeno declinate in modo assai particolare: è questo il caso di pittori quali Mosè Bianchi da Mairago, il Pietrasanta, Osvaldo Bignami. La generazione successiva di pittori locali quali lo Spelta, il Vajani, e lo Zaninelli prediligono i generi del ritratto, del paesaggio e della natura morta, rielaborandoli con personali sperimentazioni materiche ed esecutive.
Si segnala infine la presenza altresì di interessanti copie da Raffaello (Estasi di Santa Cecilia della Pinacoteca Nazionale di Bologna), di Cesare da Sesto (Adorazione dei Magi del Museo di Capodimonte a Napoli) e di Federico Barocci (Annunciazione della Pinacoteca Vaticana di Roma).
La collezione delle ceramiche è costituita da reperti di scavo pertinenti ai secoli XV-XVII, appartenenti a fabbriche lodigiane, pavesi e ad altri centri del nord d’Italia, e documenta in maniera esauriente l'evolversi di questa tecnica artistica dal '700 al '900, con i più significativi esemplari di ceramiche lodigiane prodotte in quegli anni.
Le principali scuole di ceramica fiorite a Lodi appartengono ad Antonio Maria Coppellotti, Giorgio Giacinto Rossetti, Simpliciano e Giacinto Ferretti e ai Dossena. Fondatore della fabbrica Coppellotti fu Giovanni (1641) attivo fino al 1687; a lui successe Antonio Maria, ricordato nel 1712.
Nei caratteri della loro maiolica sin dai primi del '700 si ritrova il monocromo turchino, il decoro all'italiana con motivi di rovine e fiori, quello alla francese, il ricorso alla cineseria ed infine la cottura a gran fuoco; verso il 1735-40 fu introdotta nella produzione la policromia.
La produzione ottocentesca è dominata dalla fabbrica dei Dossena, che si caratterizza per gli smalti lucentissimi e indelebili e per un decoro eclettico e vario, spaziando dai piatti alle statuette, dai servizi da tavola alle giardiniere.
Il materiale archeologico è pertinente a nuclei collezionistici ottocenteschi, a reperti provenienti dal territorio, rinvenuti nel corso dell'800 e quelli frutto di più recenti rinvenimenti. Si segnalano le epigrafi della collezione Pontano, che andò a costituire il primo nucleo della raccolta. Reperti dell'età del bronzo, per lo più di provenienza emiliana, in parte pertinenti alla collezione di Luigi Pigorini, in parte dono dello stesso Pigorini e di P. Strobel.
Sono presenti corredi di sepoltura celtica, rinvenuti a Lodivecchio e Salerano, alcune armille ad ovoli dal territorio lodigiano e vasellame bronzeo romano relativi alla collezione Ancona-Martani. Quattro corredi di tombe romane a cremazione rinvenuti nell'800 in località Cassinetta di Tavazzano, il corredo della tomba longobarda da Dovera, reperti magnogreci ed etruschi; questi ultimi parte della collezione Ancona-Martani, parte della collezione Perla.